Ieri è deceduto Serafino Petta. Con la sua scomparsa si perde una voce importante della memoria civile legata alla strage di Portella della Ginestra.
Serafino Petta ha incarnato per tutta la vita il valore della testimonianza come responsabilità civile e morale. Il suo racconto, mai urlato e sempre misurato, non è stato soltanto il ricordo di un evento tragico, ma un atto continuo di impegno verso la verità e la memoria collettiva. Parlare di Portella della Ginestra, per lui, significava restituire dignità alle vittime e senso alla storia, evitando semplificazioni e retoriche, ma mantenendo viva l’attenzione su una ferita che ha segnato profondamente la democrazia italiana.
In un intervista rilasciata a Mario Calivà (www.youtube.com/watch?v=Dl58QBgT65g), Serafino Petta raccontava che il giorno prima della strage aveva contribuito alla raccolta del cibo da portare a Portella. Avevano riempito un carretto di pane, formaggio, vino e carciofi. “La raccolta si fece porta a porta, nonostante ci fosse molta povertà” diceva Serafino, “la gente non esitava a diverse quel poco che aveva”. Questo breve frammento dell’intervista dimostra come il Primo Maggio fosse vissuto come una festa collettiva e solidale. Un momento di forte coscienza politica. Il carretto colmo di pane, formaggio, vino e carciofi non rappresentava soltanto il cibo per una giornata di festa, ma il segno concreto di una comunità che si riconosceva nella lotta contadina, nelle rivendicazioni per la terra, per il lavoro e per la dignità. Il racconto di Serafino Petta dimostra quanto fosse radicata la consapevolezza di partecipare a qualcosa che andava oltre la semplice celebrazione: la raccolta porta a porta, fatta nonostante la povertà diffusa, rivela una popolazione che condivideva il poco che aveva perché sentiva quella giornata come parte di un percorso di emancipazione collettiva. In questo senso, quei gesti semplici testimoniano una maturità civile e politica che rende ancora più drammatica la violenza che di lì a poco si sarebbe abbattuta su Portella, colpendo non solo delle persone inermi, ma una comunità in cammino verso diritti e giustizia.
Nel corso degli anni, Serafino ha scelto di testimoniare soprattutto davanti ai giovani, consapevole che la memoria, per sopravvivere, ha bisogno di essere ascoltata e rinnovata. Le sue parole hanno accompagnato incontri pubblici, commemorazioni e momenti di riflessione, diventando un punto di riferimento per chi ha cercato di comprendere non solo ciò che accadde, ma anche il contesto umano, sociale e politico di quegli anni. Con la sua scomparsa viene meno una voce diretta, ma resta un’eredità fatta di responsabilità, coscienza e impegno civile, che chiede di essere raccolta e portata avanti.







