Da Italo Elmo
Studi specifici, come quelli citati in “Këngë popullore nga Shën Bendhiti” (Canti popolari di San Benedetto Ullano) di Elmo-De Gaudio, documentano testi lirico-monostrofici che testimoniano l’autenticità e l’antichità della tradizione cantata locale, spesso legata alla vita quotidiana, al lavoro e all’amore.
Il contesto del 1952: Prima dell’incisione su 78 giri (inizi anni ’50), il canto era esclusivamente orale. La documentazione etnografica ha permesso di fissare su supporto magnetico e poi su disco repertori antichi, evitando la loro scomparsa, in un periodo in cui la cultura arbëreshe rischiava l’assimilazione.
La testimonianza di Aristodemo Spinelli, vjershëtar (cantore) tra i più bravi di San Benedetto Ullano, conferma che il canto arbëresh locale era tradizionalmente eseguito esclusivamente nella forma di vjershë (canto lirico monostrofico) nel periodo precedente alla Grande Guerra (1915-1918) e fino all’incisione dei primi dischi a 78 giri nel 1952 [Fonte orale citata, contesto storico locale].
Questa tradizione orale sottolinea l’evoluzione della musica arbëreshe nel cosentino, in cui il vjershë rappresentava la forma lirica autentica, tramandata di generazione in generazione, prima di essere influenzata dalle registrazioni e dalla standardizzazione fonografica degli anni ’50.
Solo nel 1952, in occasione dell’incisione dei canti di San Benedetto Ullano in dischi a 78 giri, fu aggiunto il ritornello “E lule, lu..”, per opera del compositore Minervini di Cosenza e del Gruppo Folcloristico del luogo, diretto dal papàs Giuseppe Alessandrini. La pubblicazione in dischi di quel canto varcò non solo tutta l’Arberia, ma anche le nazioni dove centinaia di emigrati erano partiti in più ondate.
Spesso, quando un canto diventa così popolare, molte comunità tendono a rivendicarne la paternità. Tuttavia, la struttura metrica del vjershë originale appartiene tipicamente alla tradizione colta e popolare di San Benedetto Ullano.
La pubblicazione di quei dischi, come abbiamo detto, ha permesso al canto di “varcare i confini”, diventando un ponte tra gli Arbëreshë d’Italia e il resto del mondo albanofono. Se da un lato l’aggiunta del ritornello ha alterato la purezza del vjershë antico, dall’altro ha garantito la sopravvivenza di un testo che altrimenti sarebbe rimasto confinato alla sola memoria orale degli anziani del luogo.
L’intervento del Maestro Minervini non fu un’invenzione dal nulla, ma un’operazione di “editing” musicale per adattare i tempi della tradizione a quelli del supporto fonografico (il 78 giri).
Con il passare degli anni il brano è stato soggetto a varie manipolazioni che hanno lasciato il segno, come quello compiuto dall’Ansambli i Këngëve dhe Valleve Popullore (Ensemble Statale di Canti e Danze Popolari) di Tirana, nel 1978 e dal li, ripreso dal Gruppo “Moti i Parë” di Lungro, fino a diventare il brano che ha subito il maggior numero di arrangiamenti e cover nel corso degli anni, entrando nel Guinness dei Primati come la canzone più registrata della storia in Arberia e non solo, con una notevole risonanza, che culmina recentemente con l’interpretazione di Ermal Meta durante La Notte della Taranta 2025 a Melpignano, che fonde i ritmi della taranta con la lingua arbëreshe. Secondo gli Arbëreshë di Puglia, il canto Lule Lule, appartiene al loro patrimonio culturale, storico e identitario, tramandato oralmente da generazione in generazione a partire dal XV-XVI secolo. La mistificazione di una verità storica accertata—ovvero l’alterazione deliberata o la distorsione dei fatti documentati, purtroppo anche in altre comunità arbëreshe è stato in questi anni un processo che ha mirato a manipolare la memoria collettiva di questo bellissimo canto ullanese.
La libertà creativa negli arrangiamenti (strumentazione, stile, armonia) è benvenuta, ma non deve mai cancellare l’identità, lo spirito originale e il contesto storico in cui il brano è nato.
L’invito a fare chiarezza sull’originalità del brano in questione di tradizione orale, reinterpretato dai cantanti nostrani e da cantanti professionisti come Ardian Trebiçka, Ermal Meta, Brunori Sas ed altri, tocca il dibattito tra folk revival, rielaborazione artistica e il rispetto delle fonti storiche.
Difendere la “purezza” della tradizione e il luogo sacro in cui il brano ebbe origine, è un onore per tutta l’Arberia, un onore per tutti i cantanti professionisti che vedono in LULE LULE MAC MAC la difesa dell’identità, un inno alla lingua e alla cultura degli arbëreshë, sopravvissuta per secoli nel Sud Italia. Cantarla significa riaffermare l’appartenenza a una storia comune.
Il brano è descritto come un canto che evoca serenità, speranza e racconta l’anima malinconica ma resistente del popolo Arbëresh. Grazie anche a interpretazioni recenti e celebri (come quella di Brunori Sas alla Notte della Taranta 2023 o di Ermal Meta), il brano ha superato i confini locali, diventando un ponte tra la tradizione popolare e la modernità. È un brano onorato dai cantanti professionisti e dalle comunità che lo vedono come un simbolo di libertà espressiva e orgoglio culturale.
Lule Lule mac mac continua a far cantare l’Arberia, unendo le vecchie e le nuove generazioni nel segno dell’identità.







