La Giuria dell’Associazione “Porta d’Oriente Libero Sviluppo del Mediterraneo” ha deciso di assegnare il XIV Premio Nazionale “Nicola Saponaro” allo scrittore arbëresh Mario Calivà per il suo testo “Gli sbarchi albanesi in Italia nei primi anni Novanta – storie di vita” in cui l’autore ripercorre le principali vicende sociali e politiche che hanno interessato l’Albania durante la dittatura di Enver Hoxha fino alle partenze delle “navi della speranza”. La motivazione della Giuria, presieduta dalla Professoressa Concetta Fazio Bonina, è stata la seguente: “Testimone, attraverso la sua scrittura, di un ponte tra culture con un linguaggio capace di avvicinare popoli e storie diverse, dando visibilità a voci nuove e sguardi inediti”. Data l’impossibilità dell’autore di essere presente, il premio è stato ritirato dall’Ingegnere Romanazzi, figura molto attiva nel Paese delle Aquile dove ha fondato una delle prime televisioni (rilevata da Tv Klan) e costruito importanti opere pubbliche. La premiazione è avvenuta lo scorso 19 novembre a Bari, presso la Sala delle Muse “Circolo Unione” del Teatro Petruzzelli.
La prima parte del libro di Calivà contiene un sunto dei principali eventi storici che hanno coinvolto l’Albania dalla dichiarazione di indipendenza del 1912 fino all’arrivo dei profughi in Italia all’inizio degli anni Novanta. La seconda parte, invece, reca le interviste fatte a 22 persone che hanno compiuto il viaggio a bordo delle “navi della speranza”. Calivà spiega: “La trattazione storica risulta utile per contestualizzare le interviste, contenute nella seconda parte, e delimitare le coordinate necessarie per situare nel tempo i racconti di vita strutturati nelle stesse interviste che esibiscono le opinioni e l’habitus degli albanesi che hanno vissuto, in sequenza cronologica: i) l’ultimo decennio della dittatura di Hoxha, ii) le rivolte che raggiunsero il loro culmine con le proteste degli universitari, iii) la vicenda delle ambasciate e degli imbarchi.
Secondo Calivà, “le interviste cariche di memoria e destino, contenute nella seconda parte del libro, evocano il viaggio di Enea che fugge da Troia, la sua città natale in fiamme, per approdare in Italia e poi, secondo la leggenda, fondare Roma. L’eroe porta sulle spalle il proprio padre Anchise e, allo stesso tempo, tiene per mano suo figlio Ascanio. Il primo rappresenta il passato, il secondo il presente. Enea non è forte quanto Achille, né intelligente come Ulisse tuttavia riuscirà a reagire e a trovare la via che gli consentirà di realizzarsi. La dote principale di Enea è la pietas, cioè il senso del dovere e la capacità di sacrificio che lo fa obbedire al destino. Questa caratteristica credo possa essere riscontrata anche tra gli esuli albanesi, dato che uno degli scopi principali del loro viaggio era quello di trovare un lavoro e costruire, giorno dopo giorno, una famiglia in Italia per mezzo dello stesso senso del dovere e del sacrificio dell’eroe virgiliano, che ha consentito loro, tra le tante cose, di contribuire anche al PIL del nostro paese. Come Enea, gli intervistati di questo libro, sprovvisti di una certezza del domani, da eroi audaci hanno affrontato un viaggio risolto nella realizzazione del sogno di vivere una vita quanto più possibile normale nel paese che avevano conosciuto tramite le trasmissioni televisive captate dalle antenne abusive vietate dal regime.







