Alle porte della Settimana Santa abbiamo intervistato il nuovo vescovo dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, papas Raffaele De Angelis, chiamato a guidare la diocesi da Papa Leone X.
In questa intervista, il nuovo eparca, a cui precedentemente avevamo dedicato un articolo (https://www.arbinfoculture.com/papa-leone-nomina-il-vescovo-delleparchia-di-piana/), racconta le emozioni della sua prima Pasqua, il valore della lingua arbëreshe e le sfide di una comunità che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.
Eccellenza, ci avviciniamo al periodo più importante dell’anno liturgico: la Pasqua, che per i cristiani è il momento centrale della fede. Cosa rappresenta la Settimana Santa per noi arbëreshë?
Per noi arbëreshë, la Settimana Santa – Java e Madhe – è un tempo particolarmente significativo, ricco di celebrazioni liturgiche, riti e tradizioni che ci rendono conosciuti anche agli occhi di molti fedeli provenienti da altri contesti, incuriositi dalla profondità e dalla bellezza delle nostre usanze.
Questa è la Sua prima Pasqua come Vescovo dell’Eparchia di Piana degli Albanesi…
Sì, nonostante sia qui da poco tempo, l’affetto reciproco che si è creato fa sembrare che ci conosciamo da sempre. Avverto entusiasmo da parte della comunità per i riti della Settimana Santa e anche un vivo desiderio di incontrare il nuovo vescovo.
Da parte mia, oltre all’emozione, c’è soprattutto il desiderio profondo di celebrare insieme alla comunità il mistero della Pasqua: la memoria viva della morte e della resurrezione del Signore. Vorrei condividere con tutti voi la gioia e la speranza che questo momento ci dona, ricordando che la Pasqua è un tempo di rinascita e di rinnovamento spirituale. Che possa essere un periodo di pace e serenità per tutti noi, e che possiamo trovare conforto nelle nostre fedi e nelle nostre tradizioni.
Auguro a ciascuno di voi una Pasqua ricca di significato e di amore, e che possiate vivere questo tempo con gratitudine e gratificazione per la vita che ci è stata donata.
Buona Pasqua a tutti voi, che il Signore risorto porti gioia e benedizioni nelle vostre vite.
Cosa si augura, soprattutto?
Che tutti i paesi della diocesi possano vivere questo tempo andando oltre l’aspetto folclorico. È importante che si passi dal rito al suo significato più autentico. Vorrei che le persone si avvicinassero sempre più alla fede, perché altrimenti tutto rischia di ridursi a una semplice esibizione esteriore o a un’occasione per ribadire solo la nostra identità culturale.
Il rischio, infatti, è che, esaltando l’apparato esteriore, si perda di vista il cuore del messaggio cristiano. Una bella preghiera ci ricorda che bisogna amare e perdonare tutti per amore della resurrezione: non c’è vero amore senza perdono, senza la capacità di ricucire le relazioni.
La Pasqua è proprio questo: lasciare che il Signore risani le nostre ferite. È questa la Pasqua che auguro a tutti.
Eccellenza, quale valore attribuisce alla lingua arbëreshe nella liturgia e nella vita quotidiana della comunità?
La lingua arbëreshe è fondamentale perché è la lingua del nostro popolo. Pregare nella lingua dei padri non significa semplicemente utilizzare un idioma diverso, ma esprimere pienamente la nostra identità, manifestare le nostre tradizioni e il senso di appartenenza.
Proprio per questo è necessario anche un lavoro di catechesi, che aiuti a comprendere pienamente ciò che si prega, affinché la lingua non sia solo forma, ma diventi contenuto vissuto.
Immagino una diocesi capace di guardare al passato, ma anche di offrire prospettive per il futuro. Non solo memoria, dunque, ma progetto. Oggi c’è grande attenzione verso la nostra realtà: siamo un esempio di integrazione, una comunità che ha saputo conservare la propria lingua e allo stesso tempo accogliere ed essere accolta.
Mantenere la lingua non è solo un dovere verso il passato, ma un modo per arricchire la società in cui viviamo. La storia degli arbëreshë dimostra che l’incontro tra lingua, cultura e talenti ha prodotto figure di grande valore.
Qual è oggi la funzione della Chiesa?
La funzione della Chiesa ha conosciuto cambiamenti nel tempo, perché sono cambiati i contesti storici e sociali. Tuttavia, la sua missione resta la stessa: trasmettere il messaggio della fede, che non è separato dalla storia, dalle tradizioni e dalla cultura dei popoli.
Che ruolo hanno linguaggi come letteratura, poesia e teatro nella trasmissione della lingua arbëreshe?
Sono strumenti fondamentali per custodire e trasmettere la tradizione. La letteratura racconta la nostra storia e ne conserva la memoria; la poesia e il teatro rendono questa ricchezza accessibile e viva.
Ogni popolo possiede un proprio patrimonio culturale, e anche quello arbëreshë, pur avendo radici popolari, presenta una struttura solida e articolata anche sul piano accademico. Attraverso il teatro, in particolare, queste opere diventano fruibili e condivisibili da tutta la comunità.
Qual è il compito dei giovani?
I giovani sono fondamentali: rappresentano il futuro, ma anche il presente della Chiesa. È importante incontrarli, ascoltarli e dialogare con loro. Risulta essenziale conoscere il territorio anche attraverso il loro sguardo, perché sono loro a poter offrire una lettura autentica e viva della realtà. Per me è importante avere un racconto del territorio a partire della loro prospettiva.







