A Sanremo 2026 Ermal Meta torna in gara con “Stella stellina”, un brano che usa la forma di una filastrocca per aprire una crepa nel presente: l’infanzia esposta alla guerra, la fragilità di chi dovrebbe essere protetto, la difficoltà stessa di trovare parole “giuste” davanti a certe immagini. Nell’intervista a Quotidiano.net, Meta racconta che la musica è nata quasi per caso, mentre suonava la chitarra per esaudire una richiesta della figlia (“Papi, musica”), ma che il testo si è acceso guardando la foto di una bambina di Gaza: da lì l’idea di parlare con una parte di sé e di ribadire un pensiero netto, senza scorciatoie retoriche: la guerra non si umanizza, si abolisce.
Il passaggio all’Ariston, quindi, non è soltanto una nuova partecipazione: è anche il punto di contatto tra una scrittura popolare e un’urgenza etica che Meta sceglie di portare in prima serata, dentro un evento capace di moltiplicare ascolti e discussioni. A rendere più chiaro il momento creativo e il contesto c’è anche l’uscita del nuovo album di inediti “Funzioni vitali”, annunciata per il 27 febbraio, che include il brano sanremese e prosegue un percorso di canzoni dove il racconto personale diventa spesso osservazione collettiva.
Nella serata delle cover, Meta sarà invece affiancato da Dardust: insieme proporranno “Golden Hour” di JVKE, una scelta che sposta l’attenzione sull’atmosfera e sulle sfumature, mantenendo una linea coerente con l’idea di musica come spazio di ascolto e non solo di intrattenimento.
Intanto, attorno a “Stella stellina” il racconto si allarga: ANSA segnala anche un progetto editoriale collegato al brano, un libro illustrato in uscita a marzo. In un Festival in cui l’attualità entra spesso per frammenti, la canzone di Meta punta a un gesto diverso: mettere al centro una domanda semplice e insopportabile, e lasciare che sia il pubblico a reggere il peso dell’ascolto fino all’ultima nota.







